L’orologio

Butto distrattamente lo sguardo sull’orologio che porto al polso da qualche mese. È un orologio nero molto semplice, ci sono solo i numeri e le lancette. Lo fisso per un po’ perché è lì che vuole dirmi qualcosa. È l’orologio che portava sempre al polso mio padre. Lì per lì, non mi dice niente di particolare ma rivedo lui con un mezzo sorriso e in un attimo mi passa davanti tutta la sua vita, poi una voce dentro che dice “ho vissuto nella semplicità, tra mille difficoltà, cercando di non sprecare niente. Ho amato la terra perché tra tutte le cose è sempre stata quella che in ogni momento mi ha ricordato cosa significhi avere un cuore nobile. Ho rispettato sempre tutti e ho cercato di avere ogni giorno una camicia a un paio di pantaloni puliti quando si avvicinava l’ora di cena.
Questo è quello che lascio a te, l’esempio di una nobile persona comune che senza essere vista da nessuno ha vinto contro un nemico invisibile che si è impossessato di quasi tutto in giro per il mondo. Non di me però e nemmeno di te.
Continua a vincere perché io ti vedo e continuerò a farlo per sempre.

Quando ho pomiciato la prima volta

Quando ho pomiciato per la prima volta era un pomeriggio d’estate, lei era poco più piccola di me ma evidentemente più esperta. Ricordo questo sole acceso su una terrazza vicino alla spiaggia, lei che si avvicina e mi dice “facciamolo ora che non ci vede nessuno”, “va bene” risposi pronto col cuore in gola e chiusi gli occhi. Dopo un attimo sentii le sue labbra che si appoggiavano alle mie e si aprivano un po’, feci la stessa cosa, aprii poco poco la bocca pensando “devo essere delicato, non troppa lingua e poi seguo lei”, ma non feci in tempo a finire il pensiero che oltre al cuore mi accorsi che in gola avevo anche la sua lingua che girava e non riuscivo ad emettere alcun suono. Stavo affogando e non potevo parlare; il naso, almeno quello era parzialmente libero e ogni tanto riuscivo a prendere un po’ d’aria. La mia lingua leggera nulla poteva contro la sua dura a martelletto. Durò un quarto d’ora abbondante al termine del quale lei si staccò e tutta sorridente mi disse “le bimbe mi aspettano, ci si vede.” “Ciao” risposi timidamente con la sensazione di avere una tonsilla nell’esofago e non ricordo bene cosa feci dopo, ma probabilmente fu anche la prima volta che mi ubriacai col Cinzano.

Più in là

Cappuccetto rosso
e un petalo bianco
su una centoventisette;
ho chiamato Simone 
esco con le mazze da golf
della caldaia a legna,
vado a giocare al tempo 
nell'erba alta di luglio,
vieni anche tu a dirmi 
chi ti piaccio più di tutti,
tanto la scuola è lontana,
tanto io sogno anche a mezzogiorno,
tanto io sogno più forte della realtà,
me l'ha insegnato un tizio alla radio,
me l'ha insegnato una musica
su un disco e non l'ho più dimenticato.
Entro trafelato, secondo me non mi vede nessuno;
mi avvicino al tuo orecchio e sussurro qualcosa.
Poi un girasole biondo mi aiuta a rialzarmi,
"sono così stanche queste gambe Matthias,
sapessi quanta strada hanno fatto;
portami fuori a vedere il tempo che cambia,
voglio guardare se tutto è rimasto com'era;
e all'improvviso rivedo babbo 
con la camicia a fiori
che aspettava la primavera.

Babbo

L’universo intero,
l’ho visto a mezzogiorno
dentro a un pomodoro;
c’era nonna di spalle
con in mano un mestolo,
mio zio con i baffi e nonno
che infilava nella stufa un legno.
Era pieno di olivi vicini e all’orizzonte
abbaiare lontano di cani
come richiamassero il cielo;

allora è arrivata chiara la voce di Massimo,
quella di Nello, la risata di Luigino,
la vespa rossa sul cavalletto,
le n80 sparse a caso nel cassetto;
poi Chernobyl, i mondiali del 90,
la guerra del Golfo;

Stavo per uscire e riprendere a camminare,
quando vedo Babbo che mi dice “che fai?”
seduto a fumare sul bordo delle scale.

Agosto

È un giorno normale d’agosto. Conosco bene i giorni normali d’agosto. Sono quelli lenti lenti, sfocati, che profumano di terra, di sale, di sole.
Sono quelli che riportano tutto alla memoria, che chiedono acqua.

Sono nato un giorno normale d’agosto e il cielo di quel venerdì di tanti anni fa è la mia anima zingara, il sole di quella mattina è il girasole sulla testa di mio figlio, è il sorriso di mio padre libero nell’universo che racconta storie di paese a cavallo della luna.

Alla finestra

Ho trovato la felicità
una mattina presto,
era affacciata alla finestra
di una casa senza tetto.
Mi ha detto che lei
non preferisce nessuno,
si trova bene col sole e quando piove,
va quasi ogni giorno a camminare,
le piace ingrassare e dimagrire,
sorride spesso e sbaglia in continuazione,
piange almeno tre volte alla settimana,
ascolta sempre tutti e fa sempre più spazio,
non si aspetta niente da nessuno,
ama stare in equilibrio sulla salute e la malattia,
domina la paura,
accarezza la fragilità,
si arrabbia per l’ingiustizia,
protegge i disperati,
fa la pace con gli assassini,
ama i cantautori, i ladri, gli spacciatori,
tradisce tutto tranne la propria unicità,
accoglie gli arroganti, i sognatori,
fa la pace con la fine e con l’inizio,
gioca a far nascere nuovi amori.

Estate #2

Più soli sono gli occhi 
senza il cielo blu
che fa da quadro
al tuo vestito a fiori.
Cos'è che mi farà cadere?
l'estate dietro di te, 
il silenzio dei fiori selvatici,
la rosa, il sale, il girasole?
Mentre il mondo prende fuoco
e mi commuove,
la terra sogna la parola amore.

Fiori

Anche se tutto va a finire
ho sempre i miei fiori
dipinti sul sedere;

così la ragazzina dai capelli ricci
col rossetto sbiadito sulle labbra
si voltò a guardare il letto disfatto
e se ne andò;

era appena arrivato nel cielo 
il mese di maggio.

Meri

A Meri,
piaceva giocare a baciarsi tutto il giorno,
io sentivo la spinta del cielo azzurro,
la forza dell'estate che quasi ti muove
e ti alza da terra nel tardo pomeriggio;

poi quando il sole bruciava il cielo all'orizzonte,
succedeva che tu non eri più tu, ma eri lei,
eri il mare, eri la luna sfocata nell'angolo,
eri la sabbia, le persone, i ristoranti aperti,
la musica dentro le macchine, le biciclette,
le case aperte, i giardini, le pinete, i luna park.

Succedeva che tu non eri più tu,
eri il pensiero dentro al bacio di Meri,
eri dentro a ogni anima, 
in equilibrio su tutti gli altri pensieri.

La guerra

Anche noi facevamo la guerra,
ma eravamo sempre gli stessi,
segno evidente che non si moriva mai;

dopo la guerra poi prendevamo il pallone,
la bicicletta, se nevicava il tappo della stufa,
e si andava via veloci per la strada;
potevamo strapparci i pantaloni,
sbucciarci un ginocchio, al limite
potevamo romperci qualche osso,
ma alla fine si tornava sempre a casa.

Ora mi chiedo io,
quando un bambino
sta giocando o mangiando al tavolino
e arriva una bomba, una bomba vera,
chi glielo spiega a quel cuoricino
che non rivedrà più sua madre e suo padre?

Chi glielo spiega che non giocherà più a nascondino?

A quel cuoricino,
chi glielo spiega che dovrà stare fermo 
in un letto d'ospedale,
chi glielo spiega che qualcuno
ha deciso che lui, così piccolo e pieno di vita,
se ne debba già andare?

Solo alla fine dell'inverno,
quando il seme della poesia
incontra la luce del primo sole,
quel cuoricino finalmente tornerà a giocare.

E allora la terra si scuoterà e il cielo griderà in tutto l'universo:

"ma il cuore di chi ha commesso tutto questo,
chi mai lo potrà perdonare!?"